Tre Ave Maria non sono una pena.
Immaginate un uomo che commette un reato gravissimo, entra in chiesa, si inginocchia e racconta tutto a un prete. Dieci minuti, qualche preghiera, e ne esce con la coscienza leggera come una piuma. Fuori, intanto, la sua vittima aspetta ancora che qualcuno si occupi di lei.
Non ce l'ho con chi cerca conforto nella fede: ognuno gestisce i propri rimorsi come può. Il problema nasce quando un segreto religioso, il sigillo sacramentale, pesa più della tutela di un minore abusato. In Francia se n'è discusso a lungo, e non per capriccio: la questione è se una regola interna a una confessione possa stare sopra la legge che protegge tutti, credenti e non.
C'è poi un tema di potere. Per secoli un'istituzione ha raccolto i segreti più intimi di milioni di persone. Che effetto fa, a una struttura, sapere tanto senza dover rendere conto a nessuno?
E diciamolo: se un boss si pente, recita tre Ave Maria e il lunedì dopo riprende gli affari, forse il problema della recidiva ce l'ha anche il paradiso.
Il perdono è una faccenda tra te e la tua coscienza, e lì non entro. Ma pentirsi non significa riparare, e la spiritualità non è un'immunità. Se hai fatto del male a una persona, il debito è con lei, non con il cielo. E quel debito non si salda con le preghiere.

