La varicella (ovvero: la peste nera di casa nostra).

por fcerutti | Oct 21, 2026 | In Italiano, La mia infanzia, Vida cotidiana

Ricordi tragici dell'infanzia.

La varicella (ovvero: la peste nera di casa nostra).

Dovete sapere che, nell'Italia dei primi anni Settanta, la parola «varicella» aveva su una madre l'effetto di una dichiarazione di guerra. Bastavano due o tre foruncoletti sulla fronte, e mia madre, con lo sguardo di chi ha appena visto il Vesuvio fumare, esclamava: «Madonna santa, è la varicella!». Lo diceva con lo stesso tono con cui, sui libri di storia, si annuncia l'arrivo dei Lanzichenecchi. Nessuna visita dal dottore, nessun termometro, nessuna perizia. Diagnosi istantanea, inappellabile, quasi papale.

La mattina dopo mi svegliai tappezzato. Avevo i brufoli in faccia, sulla schiena, sulle gambe, e in posti dove nemmeno sapevo di avere la pelle. Il mio corpo era diventato una carta geografica in rilievo, con tanto di catene montuose e isole lontane.

Il vero dramma, però, non erano i bollicini ma il prurito. E contro il prurito esisteva un solo comandamento, pronunciato da mia madre con l'indice puntato come la spada di un arcangelo: «Non grattarti!». Come, non grattarmi? Avevo circa ottocento bolle che mi pizzicavano contemporaneamente, in coro, come l'orchestra della Scala quando accorda gli strumenti. Finii per comportarmi come un cane con le pulci: mi strofinavo con aria distratta contro gli spigoli della credenza, fingendo di cercare un soprammobile.

Intanto le madri del tempo, forti della sapienza antica, si scatenavano coi rimedi. Mi spalmarono di lozione al calamina, talco, pomate dall'odore misterioso e polveri rosa, finché non capii più se mi stessero curando o preparando per l'imbalsamazione. Un faraone, al mio confronto, aveva ricevuto meno attenzioni. A completare l'opera arrivava la minaccia finale: «Se ti stacchi le croste, ti restano i buchi in faccia per tutta la vita!».

Lì rimasi immobile come una statua di sale. Perché io me lo vedevo già, a settant'anni, davanti a una platea di nipoti sbalorditi, che indicavo un puntino sulla guancia e raccontavo: «Questo buchino qui? La varicella del 1972».

Ma il peggio doveva ancora venire. Quando a un bambino del quartiere spuntavano le bolle, certe madri, in nome del progresso sanitario, avevano un'idea geniale: «Portalo lì a giocare, così se la prende una volta per tutte!». Come sarebbe a dire «portalo lì»? Io scappavo dal contagiato come da uno zombie, e intanto le nostre madri, sull'uscio, organizzavano l'incontro come un vertice di pace internazionale. «Dai, vai a giocare un po' con lui!». «Ma mamma, quello è pieno di bolle!». Fu una resa dei conti degna di una tragedia greca, solo con più borotalco.

Sopravvissi, naturalmente. Ma per una settimana intera mi guardai allo specchio, convinto che non sarei mai più tornato quello di prima. E in effetti non ebbi torto: ero diventato un esperto di calamina.