Por Franco Cerutti
### «Jermak licenziato! Il mondo trema, il Bar Sport no»
Cronaca di Tonino «il Termosifone», Briga Novarese, 30 novembre 2025, ore 11:17 (più o meno)
El Poeta sta lucidando il bancone con lo straccio che usa dal 1998, quello con la scritta “Italia ’90 – Non si piange sul latte versato”. Entra Tonino «il Termosifone», cappotto aperto anche se fuori ci sono meno due gradi, perché lui “deve far circolare l’aria calda del pensiero”.
— Ragazzi! — urla agitando il Corriere — Hanno licenziato Jermak! Andrii Jermak! Il capo di gabinetto di Zelensky! È ufficiale! Perquisizioni! Corruzione! È la fine del mondo!
Il ragionier Gualtieri, che sta facendo i conti della pensione da quindici anni e ancora non gli tornano, alza un sopracciglio:
— Jermak? Ma non era quello che vendeva i termosifoni russi al mercato nero?
— No, ragioniere, quello era Jermakoff, il cugino. Questo è più importante: era l’uomo-ombra di Zelensky! Praticamente il Rasputin di Kiev!
La Mirella, che sta mangiando il suo solito toast «senza crosta perché la crosta è fascista», sbotta:
— Ma se licenziano il capo di gabinetto, chi è che adesso gli porta il caffè al presidente? Eh? Chi gli stira le divise mimetiche? Chi gli dice «Volodymyr, caro, oggi non bombardare che piove»?
Peppone, barba unta di nafta e mani nere come la sua coscienza fiscale, ride così forte che gli cade la sigaretta dentro il cappuccino:
— Io lo sapevo! Me l’aveva detto un cliente ucraino della officina: «Peppone, quando finisce benzina, finisce anche governo». E infatti! Niente più nafta russa, niente più Jermak!
Otello «Calorifero», il barista, versa un altro giro di grappa «per scaldare la geopolitica» e sentenzia:
— Ragazzi, è semplice: Zelensky ha aperto il frigo, ha visto che non c’era più il burro, ha dato la colpa a Jermak e l’ha buttato fuori a calci. Succede in tutte le famiglie.
Entra il professor Cavenaghi, ex insegnante di storia in pensione che corregge ancora i compiti immaginari:
— Permettete una riflessione colta? Jermak era il Richelieu dell’Est. Ora senza Richelieu resta solo Luigi XIII con la felpa verde. E Luigi XIII, si sa, non ha mai vinto una guerra.
Tonino sale sulla sedia traballante (quella riservata alle grandi occasioni) e legge il comunicato ufficiale con voce da radiocronaca:
— «Il presidente ha accettato le dimissioni… bla bla… lotta alla corruzione… bla bla… continuità dello Stato». Continuità! Come il mio abbonamento al gas che mi arriva anche se non pago da tre mesi!
La Mirella alza il toast come fosse una bandiera:
— Io propongo un minuto di silenzio. Per Jermak. Poveretto, adesso dovrà cercarsi un lavoro vero. Magari apre un chiosco di varenyky a Milano Marittima.
Peppone si batte il petto unto:
— Io lo assumo! Gli faccio revisionare i trattori! Tanto i trattori russi li conosce meglio di me!
El Poeta, che non resiste, butta lì la rima del giorno:
«Jermak se ne va,
Zelensky resterà,
ma senza il suo uomo
beve il caffè… da solo, che tristezza che fa!»
Tutti applaudono tranne il ragionier Gualtieri, che scuote la testa:
— Io non capisco. Se licenziano il capo di gabinetto per corruzione, perché da noi i capi di gabinetto sono ancora tutti al loro posto? Qui c’è qualcosa che non torna.
Tonino gli dà una pacca sulla spalla:
— Ragioniere, è semplice: da noi la corruzione è un’arte riconosciuta dall’Unesco. In Ucraina è ancora dilettantismo.
Otello alza il bicchiere:
— Brindiamo, ragazzi! A Jermak, che almeno lui è stato licenziato. Qui a Briga Novarese dobbiamo ancora aspettare il 2087 per vedere un licenziamento vero.
E il Bar Sport, alle 11:43 del 30 novembre 2025, brinda all’unico uomo al mondo che è stato buttato fuori da un palazzo più freddo di questo bar. E pazienza se fuori nevica: dentro, almeno, c’è ancora il termosifone umano che racconta balle.
E la guerra continua.
E il caffè anche.
E Jermak, chissà, magari domani apre un bar tutto suo.
Lo chiamerà «Bar Rasputin».
E lì sì che farà caldo.

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