Por Franco Cerutti

### Se l’America punta al cambio di regime, dopo il Venezuela il trofeo sarà l’Iran – Bar Sport di Briga Novarese – sabato, 31 gennaio 2026

Il Bar Sport di Briga Novarese era immerso nella nebbia piemontese, quella che ti fa credere che il mondo finisca al bancone. Tonino «il Termosifone» entrò sbattendo la porta, con il giornale sottobraccio come un’arma segreta, e si piazzò al centro, annunciando con voce da cronista di provincia.

«Ragazzi, l’America vuole cambiare regime in Iran! Dopo il Venezuela, bum, il trofeo è Teheran! Dice qui che puntano al grande slam, come al biliardo quando tiri e fai cadere pure il caffè del vicino».

El Poeta, dietro il banco, lucidava un bicchiere e buttò lì una rima, con l’aria di chi ha appena inventato la poesia.

«America grande, regime che cambia, Venezuela piange, Iran che s’arrangia».

Il ragionier Gualtieri, con gli occhiali sul naso e il cappuccino mezzo bevuto, alzò un dito da contabile preciso.

«Ma che regime, Tonino? Qui da noi cambiamo regime solo quando passa la dieta del dottor Mozzi. L’America? Quelli cambiano presidenti come io cambio cravatte, e ne ho solo due».

La Mirella, seduta al tavolino con la sigaretta elettronica che sbuffava nuvole alla vaniglia, scoppiò a ridere e intervenne con quel suo tono da chi sa tutto del mondo.

«Oh, ma l’Iran è come il nostro bar: caldo dentro, ma fuori tutti a complottare. Gli americani arrivano con i dollari e dicono ‘cambio regime’, come se fosse un menu: oggi hamburger, domani kebab rivoluzionario».

Il Peppone, con la barba che sembrava un nido di ricci, smise di armeggiare con il suo cacciavite immaginario e grugnì dal fondo.

«Regime? Io cambio olio ai motori, non regimi. Ma se l’America vuole l’Iran, che si prendano pure il traffico di Novara, tanto è lo stesso casino. Dopo il Venezuela, dicono? Quello è come il mio furgone: pieno di petrolio ma non parte mai».

Otello, che tutti chiamavano «Calorifero» per via di quel suo modo di scaldare l’ambiente con battute roventi, versò un bianchino e aggiunse, strizzando l’occhio.

«Trofeo Iran? Ma va’, qui il trofeo è vincere a briscola senza barare. Gli Usa puntano al cambio? Che cambino canale, che tanto la tv è sempre la stessa minestra riscaldata».

Entrò il vecchio Zio Pino, con il cappello calcato e una storia per ogni ruga, e si unì al coro senza che nessuno glielo chiedesse.

«Io l’ho visto, in Iran: cammelli con occhiali da sole e ayatollah che ballano il twist. L’America? Quelli arrivano e dicono ‘democrazia’, ma è come mettere ketchup sul risotto: roba da matti».

Tonino riprese il filo, agitando il giornale come una bandiera.

«Ma sentite qui: dopo Venezuela, Iran! È come una collezione di figurine, manca solo Cuba per l’album completo».

El Poeta rise e rimò di nuovo, versando caffè.

«Venezuela giù, Iran su, America bu, e noi qui a far glu glu».

La Mirella annuì, soffiando una nuvola.

«Esatto, e noi? Cambiamo regime solo al governo, ma dura quanto un gelato al sole».

Il Peppone batté il pugno sul bancone, ma piano per non rompere niente.

«Io dico: mandiamogli il nostro sindaco, che cambia idea ogni elezione. Regime risolto!».

Il ragionier Gualtieri concluse, sistemando gli occhiali.

«Alla fine, trofei o no, l’importante è che il bar resti aperto. Altro giro?».

E tutti annuirono, mentre la nebbia fuori si infittiva, come se il mondo reale non esistesse oltre quella porta.