Por Franco Cerutti

Perché non condivido chi vive con il fiato sospeso sull’apocalisse.

Devo ammetterlo: certe visioni della fede mi lasciano sempre un po’ perplesso, anche quando le persone che le seguono sono educate e animate dalle migliori intenzioni. Mi riferisco a chi è convinto che il mondo stia per crollare da un momento all’altro e che quindi non ci sia tempo da perdere. Vivono di corsa, con un’urgenza costante che sembra divorare ogni giornata, come se ogni respiro dovesse essere dedicato solo alla preparazione del grande evento finale.

Da generazioni ripetono che il cambiamento radicale è alle porte, con scenari precisi che però non si sono mai concretizzati. Eppure proseguono imperterriti, senza mai fermarsi a domandarsi se magari non sia il caso di rivedere qualcosa. Questo mi fa riflettere: dopo tante previsioni che non si sono avverate, non sarebbe più onesto riconoscere che forse non esiste una linea privilegiata con il divino, ma solo interpretazioni umane che possono sbagliare?

La parte che mi pesa di più, però, non sono gli annunci mancati. È il costo concreto che questa mentalità impone alle persone in carne e ossa. Ho sentito storie di famiglie che, per fedeltà assoluta a regole antiche e rigide, hanno rinunciato a cure mediche decisive proprio nel momento più critico. Il dogma viene prima di tutto, anche della possibilità di continuare a vivere. Questo per me è inaccettabile. La vita è il regalo più grande che abbiamo, e metterla in secondo piano per un principio interpretato in modo così stretto mi sembra una scelta tragica, non coraggiosa.

Rispetto profondamente chi crede con il cuore, qualunque sia la sua strada spirituale. Ognuno ha diritto alle sue convinzioni. Ma io ho scelto un cammino diverso, più radicato nel presente. Per me la vita va vissuta a pieni polmoni: con risate vere, amori senza calcoli, amicizie profonde, feste, compleanni da festeggiare, progetti ambiziosi e la libertà di pensare con la propria testa. Non voglio passare i miei giorni in modalità provvisoria, rinunciando alle cose belle solo perché “tanto presto finirà tutto”.

Loro sembrano avere un’esistenza scandita da limiti invisibili: niente celebrazioni che possano distrarre, relazioni circoscritte, scarso interesse per gli studi profondi o per la partecipazione attiva alla società, perché tutto appare temporaneo. È come vivere in bianco e nero, sempre con un occhio puntato su un finale drammatico che non arriva mai. A me pare una forma di esistenza sospesa, priva dei colori e dei sapori che rendono ogni giornata unica.

Io invece dico chiaramente: il mondo può continuare a girare ancora per un bel pezzo. Invece di prepararci al peggio, meglio concentrarci sul rendere questo presente il più bello e significativo possibile. Usare la ragione, godersi l’attimo, costruire legami veri e assaporare la bellezza di essere vivi oggi, senza catene di paura.

Forse è proprio questa differenza di approccio che fa sì che certi messaggi arrivino anche da altre direzioni. Ma la mia scelta resta ferma: preferisco una vita piena, libera e vissuta qui e ora, senza aspettare chissà quale catastrofe annunciata.