Por Franco Cerutti

I progressisti: falliti, cricche e parassiti sociali.

Amici miei, oggi voglio dirvi chiaro e tondo quello che penso di questa gente che si autodefinisce “progressista”. Perché è così che si fanno chiamare ora, i rossi di sempre. Non più comunisti, non più marxisti-leninisti, troppo brutti quei nomi. Ora sono progressisti. Suona meglio, sembra moderno, sembra che stiano dalla parte del futuro. Ma è solo un travestimento. Dietro la parola nuova c’è la stessa vecchia roba: il desiderio di vivere alle spalle degli altri usando lo Stato come complice.

Lo aveva detto bene Martha Hildebrandt, che in pace riposi, famosa linguista. Aveva descritto il progressista alla perfezione: un fallito che non sa stare al mondo con le sue forze, che dà sempre la colpa al “sistema” delle sue miserie e pretende che gli altri lo riconoscano come un grande lottatore sociale. Predica la giustizia sociale, parola magica. Ma quella giustizia sociale, quando la guardi bene, significa solo una cosa: io non produco, tu produci, e una parte di quello che produci deve arrivare a me. Per forza. Con le tasse, con le leggi, con i progetti “inclusivi”, con i finanziamenti pubblici. Lo Stato non è più il regolatore: diventa il grande esattore che toglie a chi lavora per dare a chi non vuole lavorare.

Li vedi dappertutto questi signori. Scrivono articoli che sembrano scritti con il vocabolario preso a prestito. “Articolare”, “visibilizzare”, “empowerment”, “disuguaglianza strutturale”, “intersezionalità”. Paroline che mettono una dietro l’altra per gonfiarsi il petto e sembrare profondi. Ma se togli quelle parole, dentro non resta quasi niente. Solo lamentele, risentimento e la pretesa che il mondo si organizzi intorno alle loro frustrazioni.

E poi c’è il modo in cui massacrano la lingua. Non gli basta rovinare le idee, devono rovinare anche le parole. “Cittadini e cittadine”, “tutti, tutte e tuttə”, “amici e amichə”. Inventano pronomi, mettono asterischi, usano la schwa come fosse una bandiera. Dicono che è per includere, ma in realtà è per controllare. È un modo per dire: se non parli come noi, sei fuori. Se non deformi la lingua come noi, sei un nemico. E intanto si presentano come intellettuali. Intellettuali! Gente che non sa nemmeno coniugare un verbo senza chiedere il permesso all’ideologia.

Perché in fondo fanno parte di una cricca chiusa. Si raccomandano tra loro, si spartiscono i posti nelle redazioni, nelle università, nei progetti europei, nei festival della cultura. Si aiutano, si coprono, si applaudono a vicenda. E guai a chi non fa parte del giro: quello è “di destra”, è “reazionario”, è “contro i diritti”. Il merito non conta. Conta l’appartenenza. Contano le parole d’ordine. Contano le reti di potere che hanno costruito mentre predicavano contro il potere.

E allora diciamolo senza giri di parole: sono parassiti sociali. Vivono grazie ai soldi degli altri. Grazie alle tasse di chi si alza la mattina e lavora. Grazie ai bandi pubblici, alle consulenze, ai posti creati apposta perché “serve rappresentanza”. Predicano contro il privilegio e ne godono appieno. Odiano il merito perché non lo hanno, e vogliono che il merito diventi un sospetto. Vogliono una società dove chi produce deve sentirsi in colpa e chi non produce deve sentirsi nel diritto.

Io non ci casco. Non ci sono mai cascato e non ci cascherò mai. Questi non sono progressisti. Sono regressisti. Vogliono riportarci indietro, a un mondo dove lo Stato decide chi deve dare e chi deve ricevere, dove il linguaggio è sorvegliato, dove il pensiero diverso è un crimine. E io, da uomo libero, continuo a dirlo: basta con le maschere. Chiamiamoli con il nome che si meritano.

Parassiti. Nient’altro.