La sorveglianza che portiamo sempre con noi.

por fcerutti | Jun 20, 2026 | In Italiano, Vida cotidiana

Por Franco Cerutti

La sorveglianza che portiamo sempre con noi.

Ogni mattina, quando prendo il telefono dal comodino, non ci penso più di tanto. Lo sblocco, controllo le notifiche, rispondo a qualche messaggio e comincio la giornata. Quello che invece mi torna in mente sempre più spesso è che questo oggetto sa di me cose che nemmeno io ricordo con precisione. Sa dove sono stato ieri, quali strade ho preso, quanto tempo sono rimasto in un posto. Sa cosa ho cercato su internet alle due di notte, quali video ho guardato fino in fondo e quali ho chiuso dopo pochi secondi. Sa i miei silenzi, le mie curiosità improvvise, le paure che non racconto a nessuno.

Non è un’entità lontana e misteriosa. È un dispositivo che ho comprato con i miei soldi, che ricarico ogni sera, che proteggo con una custodia perché non si rompa. Lo porto in tasca, sul tavolo, accanto al letto. E mentre lo uso, lui registra. Non per cattiveria, ma perché è fatto così. E io, come milioni di altre persone, ho accettato questo scambio senza pensarci troppo.

La cosa più strana non è che esista questa raccolta di dati. È che ci siamo abituati. Ormai quando un’applicazione mi chiede di accedere alla mia posizione o ai miei contatti, clicco “consenti” quasi automaticamente. Quando vedo annunci che sembrano capire esattamente cosa stavo pensando, lo trovo comodo. Quando i social mi propongono contenuti o persone in base a quello che ho guardato o cercato, lo prendo come un aiuto. Non mi fermo più a chiedermi chi sta raccogliendo queste informazioni, dove finiscono e cosa se ne farà.

Accettiamo tutto questo perché riceviamo qualcosa in cambio: servizi gratuiti, intrattenimento continuo, la sensazione di essere collegati con gli altri, offerte personalizzate, consigli su cosa guardare o comprare. È un patto che firmiamo ogni volta che clicchiamo “accetta” sui termini e condizioni. Pagine e pagine scritte in un linguaggio complicato che nessuno legge davvero. Lo facciamo perché vogliamo usare subito l’app, il social, il servizio. E così, mentre crediamo di muoverci liberamente – postando, commentando, cercando, condividendo – lasciamo dietro di noi una traccia che altri possono seguire e utilizzare.

Non si tratta solo di pubblicità mirata. Quei dati, messi insieme, raccontano una storia molto dettagliata di chi siamo: i nostri orari, i nostri spostamenti, i nostri interessi, i nostri momenti di debolezza, le nostre domande più intime. E questa storia non la controlliamo più noi. Può essere usata per influenzare le nostre scelte, per venderci cose, per prevedere comportamenti futuri. In alcuni casi può finire nelle mani di chi ha un potere molto più grande del nostro.

Quando qualcuno dice che tanto non ha segreti, capisco il ragionamento. Ma la riservatezza non riguarda solo chi ha qualcosa da nascondere. Riguarda il diritto di decidere quali parti della propria vita condividere e con chi. Anche le cose più normali – una ricerca su un sintomo, una conversazione privata, un momento di stanchezza o di dubbio – se diventano accessibili a estranei o a grandi sistemi automatizzati, perdono quel carattere personale che le rende nostre.

Per questo continuo a pensare che valga la pena fermarsi ogni tanto a chiedersi cosa stiamo davvero dando via. Non per rifiutare la tecnologia, che ormai fa parte della vita di tutti. Ma per essere più consapevoli del prezzo che paghiamo in termini di controllo sulla nostra intimità. Perché una volta che quei dati se ne sono andati, non li riprendiamo più indietro.

E forse la domanda giusta non è se abbiamo qualcosa da nascondere. È se siamo disposti a rinunciare, pezzo dopo pezzo, al diritto di decidere chi può conoscere i dettagli della nostra vita quotidiana.