Se Cappuccetto Rosso fosse vera.
Se dicessi a un bambino che Cappuccetto Rosso è realmente esistita, mi guarderebbe con gli occhi sgranati, forse riderebbe. Eppure ogni giorno, in migliaia di aule di catechismo, facciamo esattamente questo con altre storie: gliele presentiamo come fatti innegabili, non come racconti da interpretare.
Da piccoli siamo spugne. Assorbiamo tutto senza filtro, perché non abbiamo ancora gli strumenti per distinguere una metafora da un evento storico. Ed è proprio in quella finestra di fiducia cieca che si inserisce l'insegnamento religioso più problematico: non "c'era una volta", ma "questo è successo davvero, e se non ci credi sbagli".
Non è più una favola. È un condizionamento.
Il risultato lo vediamo dopo, quando quei bambini diventano adulti e si ritrovano stranamente permeabili a qualsiasi narrazione priva di prove: sette, pseudoscienze, teorie del complotto. Non è un caso. Gli abbiamo insegnato fin da piccoli che credere senza fare domande è una virtù.
Io non voglio insegnare a chiunque mi ascolti cosa pensare. Voglio che impari come pensare. La differenza sembra sottile, ma cambia tutto: un conto è ricevere risposte già confezionate, un altro è ricevere gli strumenti per costruirsele da soli.
Non è una crociata contro nessuna fede. È una richiesta minima: raccontiamo le storie per quello che sono, e lasciamo che siano i fatti, non l'autorità, a decidere cosa è vero.

