Ricordi tragici dell'infanzia.
I cani di una volta (e quello che toccò a me).
Chiedo scusa a tutti i cani moderni, ma diciamocelo: i cani di una volta e quelli di oggi sono due specie diverse. I primi erano guerrieri. Vivevano in cascina, dormivano sotto un carro o sotto la Fiat 600 del nonno, si azzuffavano con cinque colleghi alla volta, si prendevano una pedata da una mucca, si facevano inseguire da un toro e la mattina dopo si presentavano alla ciotola come se nulla fosse. Non chiedevano nemmeno un giorno di malattia, e la mutua, nel loro caso, sarebbe stata un’idea sovversiva.
Mangiavano riso, ossi, polenta, minestra, pane duro e tutto ciò che avanzava dal pranzo della domenica, più qualcosa di cui nessuno ha mai osato indagare l’origine. E non gli succedeva mai niente. Nessuno, che io ricordi, è mai corso dal veterinario gridando: «Ha mangiato una calza!». I cani di allora si trangugiavano mezzo calzoncino da bagno e poi guardavano il padrone con aria di chi chiede il bis.
Il cane di una volta non aveva bisogno di cuccia: dormiva sulla terra, sul cemento, sotto il camion, e russava più forte di mio padre dopo il pranzo. Quanto alla guardia della casa, nessun antifurto dei giorni nostri gli stava al passo. Bastava un solo latrato e persino il ladro, già con un piede dentro il cancello, diceva fra sé: «Meglio la cascina dopo la curva».
Uscivano la mattina e sparivano per due giorni. Tornavano coperti di fango, con mezzo orecchio in meno e un’andatura da reduci della ritirata di Russia, come se avessero attraversato a piedi mezza penisola, dal Piemonte alla Sicilia. Oggi, invece, se un cane si assenta per cinque minuti partono tre manifesti incollati ai pali, due annunci dal pulpito, una novena, la pattuglia dei vicini e una taglia. Quelli di allora, se pioveva, correvano più forte. Quelli di oggi sentono due goccioline e ti guardano come per dire: «Scusi, pretende che io esca in queste condizioni?». I primi mettevano in fuga persino le bisce; i secondi vedono una farfalla grossa e si rifugiano dietro il padrone.
Quelli di una volta erano così coraggiosi che non si capiva più chi stesse facendo la guardia a chi. Quelli di adesso, invece, finisci per parlargli con più dolcezza che a tua moglie. «Chi è il bellissimo bebè? Chi vuole il pollo lesso sfilacciato? Chi si merita l’acqua minerale?». E loro ti fissano come a dire: «Il pastone ha una consistenza diversa, non mi sento a mio agio».
I cani di una volta abbaiavano ai mortaretti della festa patronale. Quelli di adesso sentono un petardo a cinque paesi di distanza e sono già sotto il letto a meditare sulla fragilità della vita.
Ma aspettate, prima che mi rimproveriate: io i cani li adoro. Per me sono l’animale più nobile che esista. E vi confesso una cosa: il mio era esattamente di quelli di adesso. Anzi, nell’Italia del 1966 era un caso clinico, forse l’unico cane della provincia con la crisi di nervi davanti a una pozzanghera.
Aveva paura dell’acqua, bisognava portarlo in braccio dappertutto, era più viziato di un figlio unico. E se tardavi cinque minuti a rientrare, ti accoglieva come se fossi tornato dal fronte, con tanto di lacrime e medaglia al valore. Oggi è nel paradiso dei cani, e non passa giorno senza che lo ricordi.
Perciò questo racconto non è per prendere in giro nessuno: è per ridere di quanto sono cambiati i tempi. Che siano stati cani da cascina, di quelli che sbranavano i tori, o cani da cuscino ricamato, di quelli che tremano davanti a un acquazzone, restano una delle cose più belle che la vita ci abbia regalato. E alla fine, che ci piaccia o no, ci innamoriamo di tutti.

