Ricordi tragici dell'infanzia.
Il soprannome: la carta d’identità del quartiere.
Una volta esisteva una cosa del tutto normale che oggi richiederebbe l’intervento di uno psicologo, di un avvocato e di tre assemblee dei genitori: i soprannomi. Perché i soprannomi di allora erano spietati.
A nessuno veniva dato un nomignolo carino. Niente Gigi, Pippo, Franci, Dani, no signore. Allora la gente studiava con cura scientifica la tua debolezza e da lì ricavava il soprannome.
«Come si chiama il ragazzino nuovo?»
«Alessandro.»
«Alessandro che?»
«Boh, ma guarda com’è pallido. Faccia di Morto.»
E fu così che Alessandro perse, a norma di legge, il suo nome. Tu arrivavi a casa di corsa: «Mamma! Vado a giocare a pallone con Faccia di Morto!». E la mamma, dal balcone, tra due lenzuola stese: «Va bene, ma non fare tardi!». Neanche lei sapeva come si chiamasse Faccia di Morto, e nessuno nel raggio di cinque isolati ci perdeva il sonno.
Alcuni soprannomi erano descrizioni fisiche di un’esattezza quasi notarile. Pelo di Stoppa. Che bisogno c’era di aggiungere altro? Capivi subito di chi si parlava.
«Conosci Maurizio?»
«No, mai sentito.»
«Come no? Pelo di Stoppa!»
«Ah, Maurizio! Certo, Pelo di Stoppa!»
C’era Finestrella, per quello a cui mancava un dente. C’era Naso da Pugile, tutto naso e nient’altro. C’era Antenna della Rai, per quello con le orecchie a sventola, che nelle giornate di vento captava anche il secondo canale. C’era Testa di Motore, e sul volume di quella testa mi rifiuto di dilungarmi. C’era Pelato Precoce, per chi stava già perdendo i capelli alle elementari. E poi Quattrocchi, il più crudele di tutti, perché la sua unica colpa era la miopia.
Arrivava l’oculista: «Allora, figliolo, dovrai portare gli occhiali tutti i giorni».
E il bambino: «Dottore, ma non si può operare?».
«Ma hai nove anni!».
«Dottore, lei non sa cosa mi aspetta in cortile.»
Poveretto.
Un’altra categoria era quella degli apodi geniali, come Piede di Rumba. «Perché lo chiamano Piede di Rumba?» «Ma non vedi che cammina come se ballasse?». Che livello di osservazione, in quella gente! Il ragazzo aveva una piccola deviazione nell’andatura, e il quartiere intero aveva già emesso la diagnosi. E le varianti? Piede Storto, Zoppicone, Gamba di Legno, Pendolo, Mezzo e Mezzo. Sembrava il listino di un gommista, tra convergenza e bilanciatura.
Poi c’erano i soprannomi del tutto inspiegabili. Cacasotto.
«E perché lo chiamano Cacasotto?»
«Eh, perché una volta...»
«No, no, no, non dirmelo! Non voglio sapere!»
Perché il dramma era proprio questo: un errore dell’infanzia ti condannava a vita. Potevi avere quarantasette anni, due figli, un’officina, una laurea, una Fiat 1100 e un podere. Tornavi al paese dopo vent’anni e, appena scendevi dalla macchina, dal bar partiva il coro: «Oh, Cacasotto!». E i figli: «Papà, perché ti chiamano Cacasotto?». «Salite in macchina!» «Ma papà...» «SALITE IN MACCHINA!»
C’era chi si portava dietro un soprannome nato da un episodio solo. Era caduto una volta mentre correva: Ruzzolone. S’era preso la scossa riparando una presa della corrente: Scintilla. S’era bruciato le ciglia: Bruciacchiato. S’era addormentato a una festa: Lo Spento.
E restava per sempre. Contro il soprannome non c’era appello. Non esisteva nessun tribunale.
«Ragazzi, cambiatemi il soprannome, non mi piace!»
Sbagliatissimo. Se dimostravi che ti dava fastidio, avevi appena garantito altri trentacinque anni di validità.
«Non chiamatemi Testone!»
«Tranquillo, tranquillo! Oh, Testone, vieni qui!»
E poi i soprannomi gastronomici, a seconda delle fattezze. Salsiccia, Mortadella, Polpetta, Lenticchia, Frittella, Cotechino. Chi li assegnava? Un ufficio apposta? Perché alla fine ti arrivava il resoconto:
«Chi manca per la partita?»
«Manca Cotechino.»
«No, no, Cotechino è già arrivato!»
«Allora manca Mortadella!»
«Sì, sì! Mortadella è con Frittella!»
Quella non era una squadra di calcio, era un cenone di Capodanno.
E poi il regno animale. Altro universo. C’erano il Rospo, la Scimmia, il Topo, il Maiale, il Pollo, il Grillo, la Pulce, la Zanzara, il Pappagallo, il Gatto. Arrivavi all’angolo e ti sembrava di essere entrato allo zoo.
«Dov’è il Rospo?»
«È andato col Topo a cercare la Scimmia!»
«E il Maiale aspetta il Pollo!»
Che quartiere, ragazzi!
Poi arrivavano i soprannomi per somiglianza: Totò, Cantinflas, Braccio di Ferro, Tarzan, Rin Tin Tin, Mike Bongiorno. E se avevi i capelli un po’ lunghi e un giubbotto di pelle, Ringo. Non importava che non sapessi suonare neppure il tamburello.
Ma la cosa più impressionante erano i soprannomi ereditari. Sissignori! Potevi ricevere un soprannome senza aver fatto assolutamente nulla.
«Quel bambino di chi è?»
«È il figlio del Testone!»
E da quel momento, Testoncino. Il bambino aveva sei mesi, la testa non aveva ancora finito di crescere e già l’avevano battezzato.
Oppure peggio: «Quello è il figlio di Salsiccia!». Salsicciotto. Nessuna via di scampo. Il soprannome si ereditava come un podere.
E c’era un risvolto buffissimo: potevi conoscere una persona per più di quindici anni e non sapere come si chiamasse. Sapevi dove abitava, conoscevi la madre, i fratelli, avevi mangiato a casa sua, avevate giocato a pallone insieme fin dal 1950. Ma un giorno qualcuno chiedeva: «Come si chiama Muso di Cane?». «Boh, non ne ho idea! Signora Marta, come si chiama Muso di Cane?» «Quale Muso di Cane?» «Suo figlio!» «Ah, Giuliano!»
E tu: «Giuliano?! Muso di Cane si chiama Giuliano?». Era come scoprire l’identità segreta di un supereroe.
E la cosa più bella è che molti di quei soprannomi, per quanto terribili, venivano pronunciati con affetto. Tornavi al paese dopo vent’anni e dall’altro lato della piazza qualcuno urlava: «Oh, Pelo di Stoppa!». E tu capivi subito: ecco la mia gente. Perché allora il soprannome era, a tutti gli effetti, la carta d’identità del quartiere.
Nel mio condominio, per la cronaca, nessuno ha mai scoperto come mi chiamassi davvero. Ma questa, come si dice, è un’altra tragedia.

