La rabbia sociale che bolle nelle nostre città: Genova è il sintomo di un’Italia stanca di essere lasciata sola.
Questa mattina voglio parlare di un’emergenza che sta crescendo a macchia d’olio nelle nostre città e nei nostri paesi: la rabbia sociale verso una situazione di degrado e criminalità sempre più insostenibile. Non è più un lamento isolato. È un sentimento diffuso, profondo, che rischia di sfuggire di mano se le istituzioni non cambiano rotta in fretta.
Prendiamo il caso specifico di Genova, città bellissima ma fragile, con problemi antichi che si sono aggravati. Negli ultimi giorni di giugno 2026 la tensione è esplosa nei quartieri di San Fruttuoso e Quinto. Gruppi di persone – alcune con passamontagna, caschi e spranghe – hanno aggredito minori stranieri non accompagnati ospiti di centri di accoglienza. Episodi ripetuti, feriti, indagini in corso della polizia. L’allarme è arrivato in Prefettura: si parla apertamente di “ronde” spontanee nate dalla paura e dall’esasperazione.
Ma il punto non è giustificare la violenza di nessuno. Il punto è un altro: da dove nasce questa rabbia? Dal centro storico, dalla Darsena, da certi vicoli dove da anni si consuma spaccio a cielo aperto (spesso crack), furti, rapine anche con il coltello, aggressioni, degrado visibile che allontana residenti, commercianti e turisti. I comitati di quartiere raccolgono firme per esposti in procura. La gente racconta di non sentirsi più sicura nemmeno di giorno. La Polizia Locale ha aumentato i presidi e la sindaca Silvia Salis ha presentato un Piano per la Sicurezza Urbana 2026 con più pattuglie e servizi antidegrado. I dati su alcuni fronti (come le aggressioni sui bus) mostrano miglioramenti. Eppure la percezione – e per molti la realtà quotidiana – resta quella di un territorio scoperto, soprattutto di notte.
E qui sorge la domanda amara che tanti si fanno: perché molti sindaci lasciano le loro città in balia di questa violenza senza preoccuparsi prima di tutto della tutela dei propri cittadini? Invece di concentrarsi su battaglie ideologiche folli – accoglienza indiscriminata, negare o minimizzare l’emergenza per non “soffiare sull’odio”, priorità ad altri temi – dovrebbero pretendere e attuare misure concrete di sicurezza e decoro urbano. A Genova la sindaca chiede più agenti al governo e redistribuzione dei minori non accompagnati (Genova ne ospita una quota sproporzionata in Liguria), ma nel frattempo la tensione sale e i cittadini si sentono in ostaggio.
Poi c’è il governo. Ha varato il Decreto Sicurezza 2026 con strumenti utili: zone a vigilanza rafforzata, DASPO urbano estesi, più poteri ai prefetti contro degrado e illegalità diffusa. Parole giuste in campagna elettorale devono però diventare fatti sul territorio: agenti in più, risorse vere per le forze dell’ordine (che in molte città sono sotto organico), pugno duro contro chi delinque – spacciatori, violenti, e anche quei minori stranieri che continuano a commettere reati e non possono essere semplicemente rimandati nelle stesse comunità. Servono al tempo stesso politiche sociali serie: non solo accoglienza, ma integrazione reale per chi vuole rispettarla, e rimpatri efficaci per chi non ha diritto di stare qui e crea problemi. Senza questo mix di fermezza e responsabilità, la rabbia degli italiani esasperati continuerà a crescere.
Non possiamo più permetterci di aspettare. Serve agire subito, con intelligenza e determinazione, prima che sia troppo tardi. Prima che la fiducia nelle istituzioni crolli del tutto e la gente si senta costretta a difendersi da sola, come sta già accadendo con le ronde. Genova non è un caso isolato. Da Milano a Roma, da Torino ad altre città italiane, lo stesso grido si alza: microcriminalità, degrado urbano, insicurezza percepita e reale. In Europa tanti Paesi stanno rivedendo le politiche migratorie proprio perché il modello degli ultimi anni sta mostrando i suoi limiti sulla sicurezza e sulla convivenza civile.
Io credo in un’Italia dove si cammina con i piedi per terra. Sicurezza prima di tutto per chi rispetta le regole. Decoro urbano. Pugno duro contro chi lo viola. E al tempo stesso opportunità concrete per chi vuole integrarsi onestamente. Senza ipocrisie ideologiche, senza lassismo, senza scaricare le responsabilità. I cittadini hanno diritto a vivere senza paura nelle loro città. I sindaci e il governo hanno il dovere di garantirlo.
Prima che la rabbia diventi qualcosa di irreparabile. Agiamo ora.

