Por Franco Cerutti

Il Simbolo della Violenza che Ci Abbraccia.

Mi guardo intorno e vedo milioni di persone che portano al collo l’immagine di un uomo torturato, sanguinante, in agonia. Non Gesù che insegna, che sorride, che vive. No. Gesù mentre muore. E nessuno sembra trovarlo strano. Anzi, è il simbolo centrale di una delle religioni più diffuse al mondo. Questo fatto mi colpisce profondamente, e più lo osservo, più mi convinco che sia una delle operazioni di marketing emotivo più geniali e inquietanti della storia umana.

Perché funziona così bene? Perché non entra dalla testa, ma dal cuore. Non ti vendono una semplice idea teologica: ti vendono una sensazione potente, una miscela di amore incondizionato, debito eterno e dolore. Ti fanno sentire che qualcuno ha sofferto al posto tuo, e che per questo gli devi tutto. È un legame viscerale, non razionale. E proprio per questo è così difficile metterlo in discussione.

Immaginiamo per un momento che la storia fosse andata diversamente. Se invece di crocifiggerlo lo avessero impiccato, oggi avremmo milioni di fedeli con una mini-soga d’argento al collo. Nelle case ci sarebbero quadri con un corpo sospeso, gli occhi fuori dalle orbite. O, ancora peggio, se lo avessero decapitato, vedremmo catenine con una testolina separata dal busto. Suona assurdo, vero? Suona violento e ridicolo. Eppure la croce non è meno violenta. È solo familiare. L’abbiamo vista migliaia di volte, l’abbiamo resa bella, dorata, elegante. L’abbiamo santificata.

I Romani usavano la croce per terrorizzare le popolazioni, per mostrare cosa succedeva a chi si ribellava. Era uno strumento di morte e di paura. I religiosi l’hanno trasformata in qualcosa di sacro, di redentore. Da strumento di supplizio a marchio eterno. Da morte a marketing che dura da duemila anni. Non è un’accusa, è solo un’osservazione lucida: quando qualcosa di profondamente violento diventa “sacro”, non perde la sua violenza. Semplicemente ci abituiamo.

E l’abitudine è pericolosa. Quando ci abituiamo a un’immagine di sofferenza trasformata in devozione, smettiamo di fare domande. Smaltiamo di vedere la contraddizione. E a quel punto qualcun altro pensa per noi. Per i credenti questo significa vivere con un senso di colpa permanente, la “pena eterna” per i peccati che richiedono una redenzione continua. Per i leader religiosi, invece, la conversione è stata quasi miracolosa: da messaggio di un carpentiere ebreo a un impero spirituale che ha accumulato immense ricchezze.

Io appoggio pienamente questa riflessione. È ora di guardare di nuovo, con occhi freschi, ai simboli che portiamo addosso senza più interrogarli. La familiarità non rende sacro ciò che è nato dalla tortura. Ci rende solo ciechi di fronte alla sua vera natura. E forse, solo riscoprendo questa capacità di stupirci e di domandare, possiamo riconquistare la libertà di pensare con la nostra testa.