Por Franco Cerutti
L’educazione del dubbio.
Fin dai primi anni di scuola il patto era implicito: impara a memoria, ripeti quando ti chiedono, prendi un bel voto. Date, nomi, luoghi, definizioni. Tutto da riversare sulla pagina nel momento giusto. Il problema non era mai capire davvero cosa significassero quelle informazioni, da dove arrivassero, chi ne traesse vantaggio. Si trattava di conformarsi a un modello già pronto, non di costruirne uno proprio.
La storia che ci veniva raccontata seguiva la stessa logica. Le imprese di conquista diventavano gesta civilizzatrici, le guerre strumenti necessari per il bene comune. Le voci di chi aveva subito quelle imprese, le distruzioni, le umiliazioni, restavano fuori dai manuali o apparivano appena accennate, quasi incidenti di percorso. Non era un caso: chi vince ha sempre avuto il privilegio di scrivere la versione ufficiale. E il sistema educativo, per lo più, si limitava a trasmetterla.
Il risultato si vede ancora oggi. Tanti diplomi, tante lauree, tante specializzazioni. Eppure, di fronte a una notizia distorta, a un’affermazione autorevole ma infondata, a un’autorità che non ammette repliche, la reazione più comune resta spesso l’accettazione passiva. Non perché manchi intelligenza, ma perché non è mai stato allenato il muscolo del dubbio. Si è imparato a obbedire alle regole del gioco, non a metterle in discussione.
Io credo che l’educazione vera abbia un compito completamente diverso. Non dovrebbe limitarsi a riempire teste vuote, ma a suscitare domande. Dovrebbe insegnare a interrogare i testi, le narrazioni, le figure che detengono il sapere. Anche – e forse soprattutto – quelle che stanno dietro la cattedra. Solo chi impara a chiedere “perché?” e “chi ne beneficia?” può davvero dirsi formato. Il resto è addestramento mascherato da istruzione.
Il mondo in cui viviamo ha bisogno di persone capaci di fermarsi prima di annuire. Ha bisogno di menti che si sentano libere di dubitare, di verificare, di cambiare idea quando i fatti lo richiedono. Non di eco che ripetono ciò che hanno sentito dire. Personalmente preferisco di gran lunga chi esita, chi cerca, chi si prende il tempo di pensare, piuttosto che chi obbedisce per abitudine o per quieto vivere.
La vita è un privilegio che ci viene concesso una volta sola. E lo è altrettanto il poterla osservare, interrogare e comprendere con la nostra testa, senza delegare ad altri il compito di decidere cosa sia vero e cosa no. Chi rinuncia a questo privilegio rinuncia a una parte essenziale della propria libertà.

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