Por Franco Cerutti

La trappola della colpa.

Mi capita spesso di riflettere su come certe forme di religione istituzionale abbiano trasformato un sentimento umano e naturale come il rimorso in uno strumento raffinato di controllo. Non parlo del peso legittimo che si prova quando si fa del male a qualcuno: quello fa parte della nostra capacità di stare al mondo con gli altri. Mi riferisco invece a quel senso di inadeguatezza diffuso, quasi congenito, che ti viene presentato come un dato di fatto della condizione umana e che, proprio per questo, sembra non poter essere superato da soli.

Il meccanismo è collaudato da secoli. Prima ti viene fatto sentire che porti dentro qualcosa di sbagliato, una mancanza che non dipende dalle tue azioni concrete ma dalla tua stessa natura. Poi, una volta accettato questo presupposto, ti vengono offerte le vie per rimediare: pratiche, obbedienze, rinunce, contributi, silenzi. In questo scambio c’è sempre una cessione implicita di autonomia. Accetti che qualcun altro stabilisca non solo cosa è giusto o sbagliato, ma anche quali pensieri, desideri o domande siano ammissibili.

Quello che mi colpisce di più è quanto queste regole siano elastiche. Cambiano con il tempo, con le convenienze, con i rapporti di forza. Quello che un’epoca considerava un principio intoccabile, un’altra lo mette da parte senza troppi scrupoli quando non serve più o quando la pressione esterna diventa troppo forte. Questa variabilità mi convince che non si tratti di verità eterne, ma di dispositivi pensati per orientare i comportamenti e mantenere un certo ordine.

Una volta che ti senti manchevole, la promessa di sollievo diventa difficile da rifiutare. Ti viene detto che pregando, confessando, partecipando, obbedendo puoi ottenere pace e accettazione. Ma quel sollievo ha un costo: ti abitua a cercare fuori da te la misura del tuo valore e a diffidare della tua stessa capacità di giudizio. Finisce per creare una dipendenza sottile ma duratura.

Io non credo che questo sia l’unico modo possibile di vivere una dimensione spirituale o morale. Penso invece che una persona adulta possa assumersi la responsabilità delle proprie azioni senza delegare ad altri la definizione di ciò che è lecito pensare o sentire. Può riconoscere i propri errori, cercare di riparare dove serve, e costruire un’etica radicata nella consapevolezza e nel rispetto, senza il bisogno costante di un’assoluzione esterna o di un’intermediazione autorizzata.

Liberarsi da questa trappola non significa rifiutare ogni forma di limite o di rispetto. Significa smettere di trascinarsi dietro un debito che non si è contratto consapevolmente e smettere di misurare la propria dignità in base all’approvazione di un sistema. Significa imparare a stare di fronte alle proprie scelte con onestà, senza il peso di narrazioni che ti tengono piccolo per poi prometterti un riscatto.

Per me la libertà vera ha proprio questo sapore: la possibilità di camminare senza catene ereditate, con la testa che funziona e la coscienza che resta vigile. Non è una libertà comoda, ma è una libertà che restituisce dignità all’esistenza e che permette di evolvere senza chiedere continuamente il permesso di esistere.