Il condizionamento invisibile.
C’è una forma di potere che non si vede e che proprio per questo è la più efficace. Non ha bisogno di divise, di tribunali o di minacce esplicite. Lavora in silenzio, dentro la testa delle persone, e spesso dura anche quando queste persone cambiano idea, lasciano un gruppo o smettono di praticare quello che un tempo consideravano la verità assoluta.
Fin da bambini molti di noi imparano che su certe cose è meglio non fare troppe domande. Soprattutto quando si tratta di ciò che viene presentato come sacro, come volontà divina o come autorità che parla a nome di qualcosa di più grande di noi. Il messaggio, anche quando non è detto apertamente, è chiaro: dubitare è pericoloso, mettere in discussione chi detiene quel tipo di autorità è segno di superbia o, peggio, di possibile rovina spirituale. E così si forma un riflesso. Un riflesso che non serve più solo alla religione in cui si è cresciuti, ma che resta attivo anche dopo.
Ho visto persone che hanno cambiato completamente vita, che si sono allontanate dalla fede dei loro genitori o che hanno abbracciato posizioni del tutto diverse, e che tuttavia, in certi momenti, tornavano a comportarsi come se dentro di loro ci fosse ancora un freno. Un’emozione forte davanti a un simbolo o a una figura carismatica veniva presa per una prova inconfutabile. Un senso di soggezione verso qualcuno che parlava con tono definitivo veniva scambiato per rispetto autentico. L’accettare un discorso senza metterlo davvero alla prova veniva considerato fede matura. Non è che queste persone fossero stupide o deboli. Semplicemente portavano ancora dentro uno schema imparato molto tempo prima, uno schema che continuava a funzionare anche quando la mente cosciente aveva deciso di cambiare rotta.
Questo schema non è neutro. È estremamente utile a qualsiasi struttura che abbia bisogno di persone disposte a obbedire senza discutere troppo. Funziona tanto nelle chiese tradizionali quanto in certi movimenti spirituali moderni, in ideologie politiche o in gruppi di qualsiasi natura. Basta che all’inizio venga insegnato che il dubbio è un nemico e che la vera virtù consiste nell’affidarsi senza riserve. Dopo un po’ le persone si autocontrollano da sole. Non serve più sorvegliarle.
Io non sto dicendo che credere sia sbagliato di per sé. Penso anzi che la ricerca di senso, il bisogno di collegarsi a qualcosa di più grande, sia una cosa profondamente umana. Il problema nasce quando questa dimensione viene usata per spegnere la capacità di ragionare, per creare una forma di dipendenza mentale che si presenta come virtù. Quando la fede diventa, in pratica, l’abitudine a non pensare fino in fondo.

